#Impsa, Industrias Metalúgicas Pescarmona, Mendoza

Ahi Venezuela, come farai a pagare?

Caracas si è giocata in anticipo tutte le future entrate del petrolio per reggere i costi di una politica sociale da favola. Domani si va a elezioni per scegliere l’erede di Chávez. La working class si sente spacciata

Caracas. “Uh! Ah! Chávez no se va”, grida nel buio un rap di propaganda dal megafono dell’hotel Anauco, scalcinato grattacielo anni 50, dormitorio della manovalanza cubana dei servizi di sicurezza a Caracas. Invece Hugo Chávez se ne è andato, nel pomeriggio del 5 marzo, ucciso da un tumore alla zona pelvica che lo tormentava da due anni. La successione al potere dei suoi fedeli è tutt’altro che pronta. La rivoluzione bolivariana è sospesa nel vuoto, abbandonata come un cadavere al vento.  “Siamo seduti su una bomba economica pronta a esplodere”, ammette a denti stretti Roland Denis, ex ministro della Pianificazione e dello Sviluppo dei primi anni dell’èra chavista. L’inflazione supera il 30 per cento. Le previsioni del governo a gennaio la fissavano al 16, ma il dollaro alto e gli aumenti salariali promessi agli impiegati pubblici, il cui numero è raddoppiato dopo la prima elezione di Chávez nel 1998, fanno prevedere lo sfondamento del 50 per cento per fine dicembre. Il mercato nero spopola e il cambio di valuta di contrabbando è ormai un’industria.

Il bolivar fuerte, la moneta nazionale, è molto debole. L’ultima svalutazione è stata a fine 2012 e ha fissato a 6,30 bolivares il valore di un dollaro. In strada, però, si cambia a 25. Il governo ha un istituto pubblico, il Sicad, che si dedica a sub-aste di dollari: le imprese private che hanno bisogno di valuta fanno un’offerta e il Sicad decide a chi vendere e a chi no. La sub-asta è pubblica e allo stesso tempo segreta: il Sicad dice da chi riceve offerte, ma non a chi vende, né quali quantità di dollari né a quale prezzo. Tale sistema di regolazione del valore nel mercato parallelo può diventare un formidabile sistema di riciclaggio, oltre che di corruzione e di pressione sulle imprese private.
Dagli scaffali di molti supermercati mancano riso, farina, latte in polvere e caffè. In provincia la situazione è peggiore, chi ha parenti in città si fa mandare pacchi di alimenti in scatola per posta. Il governo dà la colpa al “boicottaggio dell’opposizione” e manda i militari a controllare le buste della spesa all’uscita dei negozi.

Nel quartiere las Mercedes, sobborgo di classe medio-alta della capitale, il supermercato della catena Bicentenario è uno dei cinque della zona espropriati dalla rivoluzione. “Si possono prendere quattro chili di riso a testa e una sola bottiglia d’olio – spiega il maggiore Lopez Perez, che passa la giornata in divisa verde oliva di fronte al carro delle banane – Controlliamo che i cittadini, spaventati dalla propaganda dell’opposizione, non facciano inutili scorte”. “Il problema non è l’assalto dei clienti, semmai la merce che sparisce lungo la catena di distribuzione” racconta Jonathan Gonzales, rifornitore dell’El dorado, supermercato di un palazzone popolare del Parque central di Caracas. 
L’intero esercito non basterebbe a far la guardia a tutti i depositi alimentari del paese. I camerieri addetti alla spesa per le ville del ricco est di Caracas pagano un litro di olio d’oliva d’importazione 500 bolivares: un quinto del salario minimo, che è quanto guadagna un magazziniere. La Banca centrale ammette la difficoltà di approvvigionamento, dice che manca il 20 per cento delle quantità normali dei prodotti alimentari, la percentuale arriva al 50 con farina, olio e zucchero. Le cifre crescono nelle statistiche degli istituti privati. 

Strozzata dai debiti con l’estero
Il Venezuela compra all’estero il 60 per cento di ciò che consuma. Il riso dai cinesi, la carne dal Brasile, il latte dalla Colombia. Ha esportato per secoli il cacao di Chuao, il migliore del pianeta, ma nei suoi supermercati si vendono barrette di cioccolata Nestlé. E’ il terzo produttore al mondo di petrolio, ma i milioni di dollari dell’esportazione di greggio sono già spesi prima di essere incassati. La gigantesca politica sociale chavista costa e Caracas è strozzata dai debiti. Soprattutto con la Cina: Pechino riscuote i crediti in barili di petrolio.
I conti sono talmente in rosso che nonostante la malattia dell’ex presidente facesse prevedere l’urgenza di una nuova campagna elettorale, la spesa pubblica è stata tagliata di un 6,9 per cento da ottobre a dicembre. Le elezioni di domani sono le prime degli ultimi quattordici anni senza Chávez, il cui culto nei quartieri poveri di Caracas sta diventando uno straordinario fenomeno di religiosità popolare. Nicolas Maduro, il successore designato che si è giocato tutta la campagna senza parlare quasi di politica, raccomandandosi alla memoria del leader scomparso, ha promesso martedì un aumento salariale del 46 per cento entro novembre. Il 20 per cento entro la fine d’aprile, il resto in quote prima della fine dell’anno.

La frode con i soldi dello stato

“Con quali soldi li pagheremo?”, domanda accorato il più giovane tecnico della sua équipe economica incaricata, in caso di una vittoria probabile contro il candidato dell’opposizione Henrique Capriles, di trovare fondi con una nuova politica fiscale. “Es facil: declaras y paga”, dicono dai muri di Caracas gli slogan in vernice rossa del Seniac, l’istituto dei tributi. Ma nell’ex Venezuela saudita, abituato da mezzo secolo alla rendita del petrolio e al mercato informale, sarebbe suicida per qualsiasi governo provare a far pagare le tasse. E a chi, poi? Ai nuovi ricchi, cresciuti all’ombra della rivoluzione, con i quali potenti esponenti del chavismo capaci di tenere in scacco la presidenza sono legati a filo doppio dai contratti miliardari delle commesse pubbliche?

Nel sovrapprezzo pagato per gli approvigionamenti statali, che nessuno controlla, sta la principale fonte di guadagno della “boliborghesia”, la borghesia bolivariana, nuova classe sociale cresciuta all’ombra della rivoluzione. Il gioco sta tutto lì: far pagare allo stato 7 quello che costa 3 e intascarsi la differenza. I due giganti del settore pubblico, Pdvsa, l’industria del petrolio, e Corpoelec, la compagnia dell’elettricità, nazionalizzate da Chávez, hanno una piccola rosa di imprese che si occupa del rifornimento di materiali e macchinari. Sono private e comprano all’estero, in dollari. 
Prendiamo per esempio gli acquisti di Pdvsa. Sono affidati in gran parte alla filiale Bariven, con assegnazione diretta dei contratti, a discrezione dei dirigenti dell’impresa che rispondono al ministro Rafael Ramírez, contemporaneamente ministro dell’Energia e presidente di Pdvsa, l’impresa del petrolio. E’ lui a garantire la presenza del Psuv, il Partito unitario chavista, dentro Pdvsa, formidabile macchina di consenso elettorale che secondo l’economista Rafael Quiroz “ha un debito superiore ai 70 mila milioni di dollari”.

Bariven ha speso in un solo giorno 767 milioni di dollari per l’acquisto all’estero di materiale per impianti elettrici, con un sovrapprezzo stimato tra i 350 e i 403 milioni di dollari se si confronta il prezzo pagato con quello calcolato internazionalmente come prezzo medio. La notizia della truffa, mai smentita, è stata pubblicata dal quotidiano Ultimas noticias dove ha una rubrica fissa non l’ultimo dei chavisti, bensì José Vicente Rangel, classe 1929, figura storica della sinistra venezuelana e grande alleato di Hugo Chávez, che l’ha scelto prima come ministro degli Esteri, come ministro della Difesa e, infine, come vicepresidente.

Affari d’oro fa anche il gruppo Derwick, con sedi a Panama, a Miami e alle Barbados. Derwick, sempre legato a Ramírez, ha firmato il suo primo contratto con l’impresa d’elettricità di Caracas nel 2009. E da allora fattura miliardi su miliardi grazie a commesse affidate per assegnazione diretta. Altra miracolata dal chavismo è l’impresa argentina Impsa, Industrias Metalúgicas Pescarmona, di Mendoza. “L’Impsa è legata alla presidente argentina Cristina Kirchner e ha fatto strada in Venezuela grazie ad Alí Rodriguez Araque,” assicura Victor Poleo, professore di Economia del petrolio all’università di Caracas. Alí Rodriguez Araque è il grande vecchio del petrolio venezuelano. A differenza di Ramírez è un raffinato politico. Ex guerrigliero nello stato costiero di Falcon, dove negli anni Sessanta resistette a lungo in una guerriglia di ispirazione guevarista, è il grande conoscitore dei segreti dell’industria più misteriosa della rivoluzione. Fu lui, ministro dell’Energia e poi degli Esteri, che Chávez spedì all’Opec subito dopo la sua prima vittoria elettorale perché il Venezuela si ritagliasse un ruolo di peso nell’organizzazione dei paesi produttori di greggio. Il suo potere personale in Venezuela è enorme.

Il principe della “boliborghesia” a Caracas non ha a che fare direttamente col petrolio ed è l’attuale presidente del Parlamento, Diosdado Cabello. Da giovanissimo militare – compie lunedì cinquant’anni – si unì a Chávez nel golpe fallito del 4 febbraio del 1992. E’ stato ministro delle Infrastrutture e governatore dello stato di Miranda. I suoi avversari dentro il chavismo lo indicano come il vero capo del mercato nero in Venezuela. E’ il militare con più potere in questo momento a Caracas, ma è in buona compagnia. Sono militari i governatori dei principali stati (il Venezuela ha una struttura federale): Arias Cardenas, nello stato di Zulia, culla del petrolio, Mata Figueroa nello stato di Nueva Esparta, Rangel Gomez nello stato di Bolivar. E sono militari, soprattutto, i presidenti delle grandi compagnie economiche pubbliche. Esiste, trasversale in tutto il paese, una specie di grande partito con le stellette. La fissazione di coinvolgere nella diretta gestione del potere i militari, gli unici di cui si fidava, Chávez la raccontava così: “Non pensate a un ruolo da gorilla, l’idea è restituire ai militari la loro funzione sociale di base, servire il popolo, e incorporarli nel progetto di sviluppo democratico del Venezuela”. Fatto sta che ora il paese si trova con alti ufficiali dappertutto, nei ruoli chiave dello stato. 
Benedetti dai petrodollari della rivoluzione non sono stati soltanto i nuovi borghesi e i vecchi compagni d’armi dell’ex tenente colonnello arrivato, con l’intenzione dichiarata di ripulire il Venezuela dalla corruzione, alla presidenza della Repubblica. Anche i ricchi di sempre non si possono lamentare della gestione Chávez. Gustavo Folmer, il proprietario dell’industria del rum, produttore del leggendario rum Santa Teresa, deve talmente tanto alla rivoluzione che non ha mai nascosto la sua amicizia con Chávez. Affari d’oro hanno fatto anche i Ruperti, grazie al petrolio, e alcuni banchieri privati amici dell’ex vicepresidente José Vicente Rangel.

Retorica antiliberista a parte, la politica economica del governo è stata molto pragmatica. Chávez l’aveva detto fin dal suo primo discorso da presidente nel 1999: “Il nostro non è un progetto statalista, così come non è estremo neoliberismo. Stiamo cercando un punto intermedio. Tanto stato quanto è necessario e tanto mercato quanto è possibile. Voglio la mano invisibile del mercato insieme alla mano visibile dello stato”. Le nazionalizzazioni, dalle telecomunicazioni al cemento, sono state fatte quasi sempre con indennizzi d’oro per i vecchi proprietari. Alla fine, gli unici a pagare in questo momento di tasca propria un conto davvero salato per il dissesto economico del Venezuela dopo 14 anni di rivoluzione, sono i poveri. Non i poverissimi, non quelli abituati a vivere nella spazzatura, ai quali arrivano ora benefici sociali mai avuti prima. Ma la piccola borghesia e i quasi poveri, la working class spinta sull’orlo della miseria dall’alto costo della vita di un paese che viaggia veloce verso l’iperinflazione.

“Chi non ha accesso ai dollari oggi è fritto”, sintetizza Maria Rosaria Jimenez, maestra elementare della capitale, giurando che domani, per la prima volta in 14 anni, non voterà per il chavismo. Ma com’è possibile che un paese esportatore di petrolio abbia problemi di valuta? Nelson Hernandez, docente universitario, lo spiega così: “Abbiamo già speso tutte le future entrate. I dollari dell’export sono già impegnati per pagare i debiti. 460 mila barili al giorno li dobbiamo alla Cina per un prestito, già evaporato, di 20 miliardi di dollari. Altri 364 mila, che corrispondono alle società miste associate con Pdvsa, rimangono dentro quelle società e non sono a disposizione. Poi ci sono 300 mila che vanno a soddisfare contratti politici stipulati con paesi amici, scadenza a 25 anni, interessi dell’1 per cento. Una piccola parte va a Cuba, cui diamo petrolio in sovrappiù perché lo venda sul mercato internazionale e così ci si mantenga. Altri 600 mila sono consumati come idrocarburi liquidi nel mercato interno venezuelano, commercializzati a prezzi sussidiati. Alla fine importiamo 100 mila barili di benzina e 100 di gasolio al giorno”. Il petrolio venezuelano è tanto, ma è pesante, è sporco e va lavorato. Pdvsa ha perduto la sua capacità di raffinazione e compra dagli Stati Uniti parte della benzina che consuma. La rivoluzione di Chávez, per sopravvivere al suo leader, deve sperare che il prezzo del greggio aumenti in eterno.

di Angela Nocioni

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